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PERIODICO DELL'UNIONE NAZIONALE DELL'AVICOLTURA

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UOVA
Made in Italy? Niente... sorprese
Tutto quello che c'è da saper sul nostro più ricco e diffuso alimento

Cristiana Ciofalo
Giornalista

Basta comprarle confezionate e leggere con attenzione l’etichetta apposta sull’imballaggio, per avere la certezza di consumare un prodotto fresco e garantito per salubrità e valori nutrizionali

Ebbene sì, diciamolo subito: le “batterie” nell’avicoltura italiana esistono ancora. Certamente non nell’allevamento del pollame da carne, per le ragioni che sono state spiegate “ad abundantiam” in precedenza, ma nella produzione di uova. Le quali provengono da galline ovaiole selezionate (specie Gallus gallus), mature per deporre uova non destinate alla cova, nutrite con diete equilibrate a base di mais e grano, farina di soia, erba medica, vitamine e sali minerali.

Massima igiene e freschezza

Dopodiché, confessata la “colpa”, vediamo le ragioni per cui questa è stata fino ad oggi - per il futuro, come vedremo, ci sono delle importanti novità - commessa. “La verità - spiegano i produttori - è che finora il sistema della batteria ha garantito ai consumatori la massima igiene e freschezza del prodotto, riducendo al minimo le possibilità di contaminazioni microbiche e, di conseguenza, qualsiasi pericolo d’infezione o salmonella”.
Per questa ragione, oltre alle uova italiane anche il 90% e passa delle uova prodotte nel mondo (in tutto più 650 miliardi di pezzi) sono il frutto del sistema di allevamento in batteria. Con l’allevamento a terra delle galline ovaiole, infatti, non si riuscirebbe a garantire che le uova, una volta deposte, non entrino in contatto con le deiezioni degli animali; né si potrebbe eliminare completamente il rischio di trasmissione di infezioni come la parassitosi e la verminosi. Al contrario, attraverso la produzione in batteria si ottengono uova salubri e dal guscio pulito. Appena deposte dalla gallina, infatti, esse scivolano automaticamente su un nastro scorrevole che le raccoglie in un’area idonea prima che siano trasferite nei reparti d’imballaggio. Qui i prodotti vengono sottoposti a tutti i necessari controlli: si eliminano le uova sporche (le norme dell’Unione Europea vietano di lavarne il guscio), incrinate, sottopeso e tutte quelle che presentano anomalie. Dopodiché le rimanenti vengono selezionate per pezzatura e imballate, operazione questa che, di regola, accade non oltre 48 ore dalla deposizione.
Comunque, nonostante gli standard di sicurezza e salubrità del prodotto garantiti dall’allevamento in batteria, recentemente l’Unione Europea ha emanato una direttiva che proibisce, a partire dal 2012, questo sistema di allevamento (a meno che si tratti di gabbie provviste di nido, lettiera e posatoio). Affinché il processo avvenga con la necessaria gradualità, a partire dal 2002 non sarà più consentita la presenza delle attuali gabbie di batteria nei nuovi allevamenti mentre, dal 2003, in quelli esistenti le galline ovaiole saranno ospitate in spazi più grandi: 550 centimetri quadrati contro i 450 attuali.
D’altra parte, da qui al 2012 sarà necessario effettuare seri studi scientifici, al fine di garantire alle uova delle galline allevate con i nuovi metodi gli stessi standard di sicurezza oggi assicurati dalle batterie.

Uova italiane, le più controllate d’Europa

Ogni anno in Italia le Asl di competenza compiono negli stabilimenti avicoli diverse migliaia di test di routine per verificare la salubrità e la qualità delle uova in essi prodotte. Il nostro Paese può vantare i controlli sanitari più severi in tema di sicurezza di uova e sanità delle galline ovaiole. Oltre all’autoregolamentazione dei produttori ed ai controlli ordinari delle Asl, infatti, vige il Piano Nazionale del Ministero della Sanità per il controllo dei residui farmacologici, che impone l’assenza di sostanze estranee nelle uova. La legge stabilisce che, qualora la gallina ovaiola debba subire per necessità un trattamento farmacologico, le sue uova non potranno essere avviate al consumo prima di prolungati accertamenti che verifichino il totale smaltimento del farmaco dall’organismo del volatile e dalle uova stesse.
Naturalmente, nell’ambito della propria attività di autocontrollo, anche le aziende effettuano una serie di test analitici allo scopo di garantire al consumatore un alimento sano, che significa anche senza residui di farmaci. Pertanto gli avicoltori hanno respinto, e continueranno a farlo, in maniera sempre documentata qualsiasi accusa contenuta in presunte inchieste giornalistiche che, in realtà, sono solo operazioni di disinformazione con l’effetto di disorientare i consumatori (ultimo esempio, un’inchiesta nella quale si dichiarava di aver riscontrato tracce di antibiotici in alcune confezioni di uova).
Massima fiducia, perciò, verso il sistema di controllo che il Ministero della Sanità e quello delle Politiche Agricole hanno messo a punto per garantire la salubrità e la qualità di uova e carni bianche. Fra l’altro, il già citato Piano Nazionale del Ministero della Sanità prevede controlli costanti negli allevamenti anche sull’uso di ormoni, estrogeni e anabolizzanti. Su questo fronte però, come abbiamo già visto per le carni avicole, le garanzie sono se possibile ancora maggiori, in quanto estrogeni ed ormoni risulterebbero, anche per i produttori più malintenzionati, del tutto inutili. Inoltre, parlando specificamente di galline, essi non provocano neppure l’aumento della deposizione di uova.

Occhio all’etichetta!

Ma come essere certi di acquistare un uovo davvero fresco? I consumatori italiani, come quelli degli altri Paesi dell’UE, sono tutelati da precise normative che disciplinano la vendita delle uova confezionate. Così, per essere sicuri della qualità del prodotto, basta leggere le informazioni contenute sull’etichetta, introdotte obbligatoriamente proprio per tutelare gli acquirenti. Per legge, sono fresche le uova di categoria A, quelle cioè in cui la cosiddetta “camera d’aria”, posta tra l’albume e il guscio nella parte più tondeggiante dell’uovo, non supera i 6 mm di altezza per tutto il periodo di commercializzazione.
Secondo la normativa, le uova di categoria A devono essere classificate per peso e riportare uno o più “dati anagrafici” che informino il consumatore sul prodotto che sta acquistando. La norma europea prevede che sulle uova debbano essere indicate: data di durata minima; categoria di qualità; categoria di peso; numero, nome o ragione sociale del centro d’imballaggio; un marchio d’impresa o commerciale. E’ inoltre possibile riportare: la data di deposizione o quella di “imballaggio”; un riferimento al sistema di allevamento; un’indicazione relativa all’origine delle uova; un codice che ne identifichi l’azienda produttrice. Dal 1° luglio, infine, le uova di categoria A possono recare anche l’indicazione del sistema di alimentazione delle galline ovaiole.

Uova fresche, freschissime, di giornata

La vita massima di un uovo fresco (di categoria A) è, per la legge, di 28 giorni. Le norme impongono che esso venga ritirato una settimana prima della scadenza indicata dall’etichetta, per dare all’acquirente un margine di tempo relativamente ampio per consumarle. Gran parte delle aziende produttrici italiane, però, sono andate oltre la legge, al fine di venire incontro alle richieste di un consumatore sempre più informato ed esigente. È quindi frequente trovare sulle confezioni delle uova “made in Italy” ulteriori informazioni, che per la legge sono facoltative ma che per le aziende diventano un utile biglietto da visita di una produzione di qualità. Così si trovano indicate, ad esempio, la data di imballaggio o anche - laddove l’azienda abbia la relativa autorizzazione - quella di deposizione, impressa anche sul guscio. Ciò significa una ulteriore accelerazione del ciclo integrato di produzione: per un’azienda (e oggi in Italia sono molte) avere l’autorizzazione a indicare la data di deposizione comporta, infatti, l’impegno ad imballare le uova nello stesso giorno in cui sono state deposte. Ma anche per le altre, come già accennato, il tempo fra la produzione e l’imballaggio è assai ristretto: fra le 24 e le 48 ore.
Infine, all’interno della categoria A esiste un’altra distinzione. Le uova fresche, infatti, possono essere anche “freschissime”, vale a dire “Extra” o “Extra fresche”. Il parametro è sempre la “camera d’aria”, che in questo caso non supera mai i 4 mm per tutto il periodo della commercializzazione come “Extra”: nove giorni dalla deposizione o sette dalla data d’imballaggio.

Sommario
Giugno 2001

EUROPA
Ridaremo la fiducia a 370 milioni di persone
di Francesco Pippi
PRODUZIONE
Niente batterie, ma che siamo polli?
MASS-MEDIA
Quando paura non fa rima con verità
UOVA
Made in Italy? Niente... sorprese
di Cristiana Ciofalo
EDITORIALE
Dalla parte del consumatore
di Guido Sassi
COMUNICAZIONE
Informazione e sicurezza
NUTRIZIONE
Futuro senza pregiudizi
di Marcello Ticca
COSTUME
Imputato uovo: assolto!
ALIMENTAZIONE
Un concentrato di salute
di Michelangelo Giampietro
GASTRONOMIA
Cuochi con le... ali
NUOVE TENDENZE
Le superstar della cucina etnica
SPECIALITÀ
Le altre uova: tante e saporite
PRODOTTI AVICOLI
La faraona: storia di un successo annuciato
INTERNET
Il pollo viaggia anche on-line
SOCIETÀ
Quando l’innovazione diventa un “must”
di Paola Canali
ECONOMIA
Un anno difficile, ma non negativo
di Rita Pasquarelli

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