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MASS-MEDIA
Quando paura non fa rima con verità
Storie di ordinaria psicosi
Sarà l’effetto “mucca pazza”, sarà lo scandalo diossina che è partito dal Belgio e ha toccato mezza Europa (Italia esclusa, ricordiamo), ma ormai sui media quando si parla di cibo e alimenti si è persa la serenità necessaria per comprendere e giudicare. E spesso il sacrosanto principio di cautela si trasforma in una condanna preconcetta di tutto ciò che mangiamo e passa attraverso la filiera agroalimentare. Cerchiamo, nell’interesse dei consumatori e della verità, di fare un po’ di chiarezza. Almeno per quanto riguarda il comparto avicolo.Maggio 1999: l’emergenza diossina
Venerdì 28 maggio, l’ufficio Ansa di Bruxelles diffonde alle 19.00 la prima notizia sul “pollo alla diossina”, ossia sul rinvenimento, in vari allevamenti avicoli belgi, di animali contenenti tracce di questa pericolosa sostanza. Ne nasce subito un “caso” che conquista le prime pagine e i servizi d’apertura di giornali e tg. Dopo soli 10 giorni, il 99% degli italiani si dichiara a conoscenza del problema e il 63% preoccupato. Piccolo (si fa per dire) particolare: l’Italia non importa pressoché nulla di prodotti avicoli dal Belgio e, soprattutto, nessun produttore nazionale adotta le tecniche che hanno portato, altrove, alla presenza di diossina negli animali. Questo dato viene confermato quattro settimane dopo dall’Istituto Superiore della Sanità. Il quale, il 24 giugno, rende noti i risultati delle proprie analisi: nessuna traccia di diossina nei prodotti sequestrati in Italia. Nel frattempo, però, i consumi di pollo sono scesi del 30%, e questo mentre - per colmo d’ironia - dall’estero aumentano le richieste di prodotto italiano perché ritenuto più sicuro. Occorreranno mesi, e una massiccia campagna d’informazione, perché i consumi nel nostro Paese risalgano ai livelli “pre-crisi”.Dicembre 1999: l’influenza aviare
In alcune aree del Veneto e della Lombardia (e poi anche in altre piccole zone d’Italia) si diffonde un virus letale per polli, tacchini e galline ma assolutamente innocuo per l’uomo. Grazie al sistema di autocontrollo interno posto in atto dalle aziende aderenti all’Unione Nazionale dell’Avicoltura, il ceppo virale viene prontamente scoperto, e le autorità italiane ne informano quelle comunitarie. La tempestività dell’intervento - riconosciuta e apprezzata da parte di Bruxelles - consente di circoscrivere gli effetti dell’influenza aviare che, comunque, porta alla morte o all’abbattimento di quasi 14 milioni di animali. I danni per il comparto ammontano a oltre mille miliardi, dei quali solo una parte (circa 250 miliardi) sono stati rimborsati.“Mucca pazza” e non solo
Con l’esplodere della psicosi “mucca pazza”, il settore delle cosiddette carni bianche - prime fra tutte quelle avicole - vive un momento di grande interesse fra i consumatori, malgrado si inneschi una stagione di sospetti che tocca tutti indistintamente: tornano le accuse infondate verso il pollo e si prende di mira il pesce d’allevamento. E’ tutto un fiorire di articoli nei quali si parla di pollo agli antibiotici e di mangimi contenenti grandi quantità di farine animali o, addirittura, oli esausti per auto. Nessuna accusa circostanziata, per carità, ma considerazioni generiche che però contrastano con la realtà. Almeno fino a prova contraria.Qualcuno ha dato i numeri
Al culmine dell’effetto “mucca pazza”, nei primi mesi di quest’anno, la Federconsumatori denuncia aumenti dei prezzi delle carni avicole dell’ordine del 50%. In realtà, numeri alla mano, i produttori dell’UNA dimostrano che l’incremento, limitato ai giorni più “caldi” nei quali la legge della domanda e dell’offerta rendeva il prodotto meno reperibile sul mercato, si è limitato al 20-25%. Il fatto è che come prezzi di confronto a partire dai quali si parlava di un aumento del 50%, erano stati presi quelli del periodo in cui, a causa di un eccesso dell’offerta, il pollo veniva venduto ben al di sotto (25-30%) del costo di produzione. Potenza dei numeri e delle cifre. Che, come si sa, possono essere letti da tanti punti di vista. In buona e in cattiva fede.
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